“La cupezza di quei maledetti giorni delle stragi di Capaci e di via d’Amelio ci sovrastano e rivivono nelle parole di Mongiovì, con un coinvolgimento emotivo non altrimenti riscontrabile. I nominativi dei latitanti catturati, Provenzano, Aglieri, Brusca, solo per citarne alcuni, scorrono veloci nella narrazione per quanti sono ma, se solo ci si attardasse a soppesarne la caratura criminale, ci si renderebbe conto della loro valenza stratosferica”. Prefazione di Franco Gabrielli
Palermo, anni Ottanta. Francesco entra in Polizia nel clima rovente dopo l’attentato al generale Dalla Chiesa. Seguiranno anni di servizio allo Stato, prima come scorta nella Quarto Savona 15, questo il nome in codice del servizio di protezione del giudice Giovanni Falcone, e poi nella Sezione Catturandi, per dare la caccia e consegnare alla giustizia i latinanti più pericolosi, come Giovanni Brusca, l’uomo che premette il telecomando della strage di Capaci. Tra aneddoti e frammenti di vita vera, Francesco Mongiovì ci porta dietro le quinte della sua Palermo, ripercorrendo anni di missioni pericolose, spesso sotto copertura, per mostrarci dall’interno la lotta alla mafia.
LA TESTIMONIANZA DI UN POLIZIOTTO NELLA LOTTA ALLA MAFIA
Francesco Mongiovì (Palermo, 1959), già Sovrintendente Capo Coordinatore della Polizia di Stato, oggi in quiescenza, alla fine del 1988 è stato assegnato alla scorta del giudice Giovanni Falcone. Dopo la strage di Capaci è stato destinato alla Sezione Catturandi, in cui è rimasto per ventitré anni partecipando attivamente alla cattura di molti dei più pericolosi boss mafiosi di Cosa Nostra. Ha concluso la sua carriera nella Sezione Antidroga.
Ho conosciuto questo volume tramite una pubblicità su Instagram ed essendo interessato alla parte storica — in particolare alle vicende di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone — ho pensato fosse interessante leggere il punto di vista di qualcuno che quegli eventi li ha vissuti realmente.
I"Uomo di Stato" racconta la storia di Francesco Mongiovì, servitore leale dello Stato che, in giovane età, parte per la leva militare e riesce a realizzare il suo sogno: entrare in polizia. Intraprende una strada rischiosa, entrando nel servizio scorte, in particolare nella Quarto Savona 15, l’auto che nel maggio del 1992 fu fatta esplodere con centinaia di chili di tritolo durante la Strage di Capaci. In quell’attentato persero la vita il magistrato Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Mongiovì si salva soltanto per uno scherzo del destino.
Successivamente entra nella sezione catturandi, dove nel corso degli anni contribuisce all’arresto di numerosi latitanti siciliani, tra cui anche l’uomo che azionò il telecomando sull’autostrada tra Capaci e Isola delle Femmine, causando la morte del giudice Falcone.
Mongiovì racconta non solo la propria storia, ma anche quella della Sicilia negli anni della dura guerra tra Stato e mafia. Accanto a lui c’è sempre la sua famiglia, che comprende il valore del suo lavoro e accetta le lunghe assenze da casa.
La lettura scorre fluidamente; talvolta sono presenti terminologie specifiche che vengono spiegate durante il racconto, permettendo anche a chi non ha particolare dimestichezza con questi temi di avvicinarsi per la prima volta a questa realtà.
Potremmo dire che storie così dovrebbero essere tramandate ai giovani per non dimenticare. Il libro nasce anche dalla richiesta di mettere per iscritto testimonianze che l’autore e la sua squadra portavano già in giro per l’Italia attraverso incontri con studenti e adulti.
Lo consiglierei a chi vuole conoscere alcuni pezzi di storia da una prospettiva diversa e forse più reale rispetto ai film o alle serie tv che oggi cercano comunque di porre l’attenzione del pubblico sul tema della lotta alla mafia. È una lettura che aiuta a comprendere meglio cosa sia stata davvero quella parte della storia italiana e il sacrificio di chi ha servito lo Stato.





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