Il diario delle Blogger: King: Conquista il cuore di Silvia Loreti

 


DATA DI USCITA: 29 GENNAIO 2026 


Due mondi pronti a collidere. Un segreto dipinto sulla pelle.

Per Art King, il servizio civile nella libreria Hollis, a Oxford, è una condanna. Per Hazel Hollis, Art è solo l’ennesimo ostacolo alla sua libertà. Si odiano a prima vista, cercandosi con lo sguardo solo per ferirsi. Ogni turno tra gli scaffali diventa una battaglia: una parola di troppo, un sorriso che non promette niente di buono, una provocazione lanciata con la precisione di chi vuole vincere, non piacere. Eppure, quando Hazel ha bisogno di un modello per il concorso che deciderà il suo futuro, Art compie l’unico gesto che non avrebbe mai dovuto fare: si spoglia. Non solo dei vestiti, ma delle maschere. Mentre Hazel lo ritrae come il suo “Re Spezzato”, l’odio si trasforma in una vulnerabilità che terrorizza entrambi. Perché detestarsi è facile. Il difficile è capire quando l’odio smette di essere abbastanza. Ma il tradimento è dietro l’angolo e Art conosce un solo modo per non crollare: tornare intoccabile, sparire un secondo prima di essere scelto. Hazel, invece, conosce un solo modo per sopravvivere: non chiedere niente, non sperare, non fidarsi. Eppure c’è una promessa che continua a tirare, come una corrente sotto la pelle: il lago. Quello che Hazel evita. Quello che Art ha nominato come se le promesse non fossero la cosa più pericolosa del mondo. Tra Oxford e i resti di una fiducia precaria, Art dovrà compiere un ultimo sacrificio: smettere di fuggire e presentarsi al mondo – e a Hazel – per quello che è veramente. Perché a volte, per vincere, bisogna avere il coraggio di arrendersi, fino all’ultima parte di sé.

Un retelling moderno e tormentato su uno dei Re più famosi della storia britannica, un uomo che ha conosciuto il dolore, il tradimento, e che forse merita un finale diverso. Ma se avere un lieto fine fosse più complicato del previsto? E se guardarsi dentro, spezzandosi, fino a non sapersi più riconoscere, fosse il prezzo da pagare per la vera felicità?



Ho capito che "King" di Silvia Loreti mi aveva rapita quando mi sono ritrovata a pensare a una scena piccolissima: una ragazza che disegna con il carboncino sopra un libro antico e un ragazzo che la guarda come se avesse appena assistito a un sacrilegio. Non c’era niente di epico in quell’immagine, eppure custodiva già tutto.

Art King arriva alla libreria The Owl con l’aria di chi è stato parcheggiato lì controvoglia: servizio civile, tre mesi, Oxford, la polvere degli scaffali e i turni dietro a un bancone che non gli appartiene. Per chi era il capitano della squadra di rugby e il “principe” di un impero economico, è quasi una retrocessione simbolica.

In "Rebel", della stessa autrice, era facile etichettarlo: l’ostacolo, il “cattivo”, quello che tenta di fermare l’amore tra Lance e Ginevra. Qui lo ritroviamo senza campo, senza squadra, senza un ruolo chiaro da interpretare. È evidente che non è il suo mondo. Lui è abituato ai riflettori, alle dinamiche in cui o si vince o si perde, ma comunque controlla la partita.

In libreria, invece, non controlla niente. Né Hazel, né lo sguardo di Mr. Hollis che lo osserva senza deferenza.

Hazel è il contrario dell’ordine. Disegna sui margini, parla quando vuole, non si lascia intimidire dal cognome King e, soprattutto, non lo tratta come qualcuno di speciale. Questa è la prima cosa che lo destabilizza davvero.

Il loro odio iniziale non è teatrale, ma fatto di frasi brevi, di frecciate, di silenzi tesi mentre sistemano scatoloni o consegnano libri in bicicletta (sì, c’è una scena in bicicletta che è allo stesso tempo ridicola e tenera, dicendo più di tante dichiarazioni). È chiaro che i due non si piacciano, o almeno fingono benissimo.

In realtà si studiano, come se entrambi cercassero di capire dove l’altro nasconde le crepe.

Poi c’è il concorso, il momento in cui Hazel decide che sarà lui il suo modello per l’opera che potrebbe decidere il suo futuro. E lì succede qualcosa di diverso.

Non è la scena in sé a essere forte: è quello che rappresenta. Art, che ha sempre vissuto di immagine, si ritrova immobile davanti a qualcuno che non vuole fotografare la sua superficie, ma le sue fratture. Il titolo del ritratto - il Re Spezzato - non è una trovata romantica. È una diagnosi.

Lui si spoglia, sì, non solo dei vestiti. Si spoglia delle maschere che ha costruito per non farsi mai vedere davvero e Hazel, che ha imparato a sopravvivere senza chiedere, sperare, senza fidarsi, lo guarda senza addolcire nulla. E questo è uno degli aspetti che ho apprezzato di più: il retelling arturiano non è un vezzo estetico, non è un gioco di nomi. È una struttura emotiva.

Camelot diventa un’eredità pesante, una fondazione che porta un nome altisonante nascondendo dinamiche di potere. La famiglia King funziona come una corte medievale in giacca e cravatta, dove ogni mossa è calcolata e l’immagine vale più della verità. La “spada” non è un oggetto, è una scelta: chi essere e da che parte stare.


«𝘘𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘵𝘪 𝘢𝘮𝘰 𝘕𝘪𝘮𝘶𝘦𝘴𝘦𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘢𝘳𝘢𝘣𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘵𝘳𝘪𝘤𝘦 𝘢𝘥𝘰𝘳𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦».

La narrazione legata al padre, allo scandalo mediatico, alla registrazione che spezza un equilibrio costruito sul controllo mi ha sorpresa. Non perché sia costruita come un thriller, ma perché dà spessore alla trasformazione di Art. Non basta innamorarsi per cambiare né trovare qualcuno che ti vede. Serve un atto concreto. La decisione di esporsi, di non sparire un secondo prima di essere scelto, come ha sempre fatto, è il vero punto di svolta. Non è un gesto romantico. È un gesto identitario.

Hazel, dal canto suo, non è una musa salvifica. È imperfetta, a volte dura, a volte spaventata. Il lago — che per lei è memoria e distanza, e per lui quasi un punto di orientamento — attraversa il romanzo come un luogo che non consola, ma riflette. Nessuno dei due viene “aggiustato”. Si incontrano in mezzo alle proprie fratture, cercando di capire se restare o fuggire.

Mi è piaciuto anche il modo in cui la tensione resta mentale per gran parte del libro. Non è una storia costruita sulle scene esplicite. È fatta di attrazione trattenuta, di parole che sembrano sempre avere un secondo significato. Di quel continuo oscillare tra “resto” e “me ne vado un attimo prima di farmi male”.

Se devo essere onesta, non è un romanzo che punta sull’impatto immediato. Non è travolgente nel senso classico. È più una progressione, una crescita che ti accorgi di aver seguito solo quando guardi indietro e realizzi che Art non è più il ragazzo che era entrato in libreria all’inizio.

Non mi ha dato l’euforia, ma qualcosa di più silenzioso. Mi ha fatto pensare che a volte il gesto più rivoluzionario non è conquistare un regno, ma smettere di fuggire.

E forse, in fondo, è questa la vera spada nella roccia.





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