Marty Supreme è liberamente ispirato alla figura di Marty Reisman, campione di ping-pong dalla personalità eccentrica. Quello di Josh Safdie, tuttavia, non è un biopic tradizionale: la storia prende spunto dall’immagine pubblica di Marty Reisman, ma si muove in direzione decisamente più narrativa e personale.
Il protagonista, Marty Mauser, è un giovane ambizioso della New York degli anni ’50, determinato a imporsi nel mondo del tennis da tavolo professionale. Un mondo che nel film viene raccontato come vivace, competitivo e spesso spietato, composto da giocatori di talento, truffatori e personaggi un po’ eccentrici che fanno parte dell’immaginario sportivo dell’epoca.
Marty sogna la gloria e il riconoscimento, e per inseguire il suo sogno è disposto a mettere in gioco tutto: la sua identità, le sue relazioni e anche la sua integrità personale. Il suo viaggio sportivo diventa presto un viaggio interiore, tra ossessioni, desiderio di emancipazione e una crescente pressione che lo spinge a superare i propri limiti fisici e mentali.
Bentrovati amici cinefili!
Sapete quanto io ami andare al cinema, ma con “Marty Supreme” il colpo non è andato esattamente a segno. Mi aspettavo di incontrare il mito, il 'Mago del Ping-Pong', e invece mi sono ritrovato davanti a una maschera romanzata oltre ogni limite, immersa in un’estetica anni 50 così bella da togliere il fiato, al servizio di una storia che sembra quasi voler ignorare ciò che ha reso davvero grande il suo protagonista.
Se c’è una cosa che Josh Safdie sa fare bene (anche senza il fratello Benny al suo fianco), è creare atmosfera. “Marty Supreme”, l’ultima fatica targata A24 con un trasfigurato Timothée Chalamet come protagonista, è un trionfo visivo. Eppure, una volta usciti dalla sala, rimane quella strana sensazione di aver guardato un bellissimo album di fotografie dedicato però alla persona sbagliata, o meglio, alla versione più distorta e meno interessante di essa.
Partiamo dai punti di forza: le ambientazioni. Grazie al lavoro magistrale del leggendario production designer Jack Fisk, la New York del 1952 non è solo uno sfondo, è una protagonista vibrante. Le bische clandestine, i club di ping-pong fumosi, i negozi di scarpe del Lower East Side e persino le trasferte lussuose a Londra sono ricostruite con una cura maniacale. La fotografia di Darius Khondji avvolge tutto in una grana tattile e calda, facendoti quasi sentire l'odore della gomma delle racchette e del tabacco. Visivamente, il film è un gioiello: ogni inquadratura è "positiva", carica di energia e di un amore evidente per il cinema classico e la cultura pop del dopoguerra.
Il problema sorge quando si scava sotto la superficie. Il film si ispira alla figura di Marty Reisman, leggenda del ping-pong e showman nato. Attenzione: chiamarlo "biopic" sarebbe un insulto alla precisione storica. Safdie sceglie la via della narrazione completamente romanzata, e fin qui nulla di male essendo il cinema finzione. Tuttavia, in "Marty Supreme", questa alterazione va ben oltre i limiti del ragionevole.
Il personaggio di Marty Mauser (il nome nel film è cambiato, quasi a voler sottolineare la distanza dalla realtà) viene dipinto come un narcisista patologico, quasi un "lowlife" ossessionato dal denaro e dal sesso, coinvolto in avventure assurde — come il furto di gioielli o le sparatorie in fattorie sperdute — che hanno poco o nulla a che fare con la grandezza sportiva e umana del vero Reisman.
Ciò che lascia l'amaro in bocca è la scelta dei momenti su cui focalizzarsi. La sceneggiatura sembra quasi snobbare la vera scalata sportiva e la filosofia di vita di un uomo che ha reso il ping-pong un'arte, preferendo concentrarsi su affari amorosi tossici.
La cosa che mi ha davvero infastidito di questo film è che si poteva raccontare la sfida epocale contro l'avvento della gommapiuma (che Reisman odiava a morte), si poteva approfondire il suo ruolo di icona culturale o il suo genio tattico. Invece, si è scelto di enfatizzare l'ego e l'eccesso, trasformando una vita straordinaria in una sorta di satira grottesca.
"Marty Supreme" è un film che si mangia con gli occhi, ma che lascia lo stomaco a digiuno. Se cercate un'esperienza sensoriale e un'interpretazione energica di Chalamet (che qui dimostra una maturità attoriale notevole, nonostante il personaggio discutibile), è un film da non perdere. Se invece speravate di scoprire chi fosse davvero il "Mago del Ping-Pong", rimarrete delusi: troverete solo una versione alterata e a tratti ingiusta di un uomo che meritava un racconto più focalizzato sulla sua sostanza che sui suoi (presunti) vizi.
Buona visione!




Nessun commento